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Editoriali | I racconti di Eduardo Nappi | 18 Aprile 2017
Cimitero fuori città
Napoli la prima
Cimitero fuori città Napoli la prima

Nel 1762, i governatori dell’Ospedale degli Incurabili chiesero al re l’autorizzazione di costruire un Camposanto fuori le mura cittadine per evitare possibili malattie, che la decomposizione dei corpi dei morti i quali venivano sotterrati in una fossa comune, adiacente l’ospedale (attuale spazio recuperato da un edificio scolastico) chiamata Piscina, arrecasse danno alla salute pubblica. Ferdinando approvò e la costruzione fu affidata all’architetto Ferdinando Fuga, che poco lontano, dirigeva i lavori dell’Albergo dei Poveri. Il re, i banchi napoletani e diversi privati aiutarono nella spesa gli Incurabili. Fu acquistato un terreno nella zona a valle della strada del Campo e iniziarono i lavori. Il camposanto, ancora oggi esistente, è costituito da 366 fosse, (era stato previsto l’anno bisestile) nelle quali venivano accolti i corpi di coloro che giorno per giorno morivano nell’ospedale. Oggi è raggiungibile facilmente dal Corso Malta. Dal popolino viene chiamato “O Tridece” derivato dal cognome di Lautrec, il generale che assediò Napoli nel XVI secolo e in quella zona pose gli accampamenti. L’autorizzazione del 1762 di Ferdinando di Borbone, anticipò, dunque, di oltre mezzo secolo il decreto napoleonico (1804) che per motivi igienici stabiliva che le costruzioni cimiteriali fossero eseguite solo fuori le mura cittadine.


E. Nappi – C. Francobandiera, L’Albergo dei Poveri, documenti inediti XVIII-XX secolo, Napoli 2001 Arte tipografica.

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