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Editoriali | Ugo Leone | 16 Maggio 2017
Terra della Campania
sempre più felix
Terra della Campania sempre più felix

Come già accaduto dopo le crisi internazionali delle fonti di energia nel 1973-74 e nel 1979, quando se ne esce, in genere, si registra una riduzione dei posti di lavoro senza che la produzione ne risenta. È quanto sta accadendo dopo la lunga crisi economico-finanziaria degli ultimi anni. Con una differenza rispetto alle precedenti tendenze. Nelle occasioni precedenti la proposta fu quella di “pescare” nell’ampio serbatoio dei “nuovi mestieri e delle nuove professioni”; oggi, fermo restando quel serbatoio non sempre esplorato a dovere e incrementabile anche con il recupero di “vecchi” mestieri e professioni caduti in disuso, oggi, dicevo, c’è una importante novità consistente nella attenzione rivolta all’agricoltura.
Già qualche anno fa – era il 2012 - si riscontrò una tendenza in questa direzione in Grecia dove negli ultimi due anni 30.000 giovani avevano lasciato la città per trasferirsi in campagna proprio per contrastare la crisi economica dilagante nel loro Paese.
Certo la crisi economica può agevolare queste tendenze ciò non toglie che ben altra attenzione meriterebbe questo vitale settore economico. Al contrario, tra abbandono delle terre e sottrazione di terreno agricolo dall’inurbamento e dalla urbanizzazione senza criterio e senza regole pianificatorie, questa risorsa viene sempre più trascurata. Ma sembra che una diversa attenzione si cominci ad intravedere. Lo dimostra un articolo di Robyn Eckhardt dell’ “Economist” ripreso dal n. 1203 dell’ “Internazionale” del  5 maggio (Il richiamo della campagna) che rilancia un argomento di particolare interesse per il nostro Paese e, si spera, per la Campania. La sintesi di questo reportage è che in Italia molti giovani combattono la crisi economica coltivando la terra.
Chi lo avrebbe mai detto solo pochi anni fa che in questa società dell’immateriale e dello sviluppo tecnologico si sarebbero cercati e trovati occasioni e posti di lavoro non nell’industria e nel terziario, ma nell’agricoltura. Invece è così. L’articolo in questione racconta di esempi in Piemonte e Liguria. Dove  “grazie” alla crisi economico-finanziaria che ha “frustrato le ambizioni dei giovani italiani… Molti giovani si sono trasferiti a Londra o a Berlino. Altri, invece, sono rimasti, ma hanno scelto di lavorare in campagna”.
E in Campania? Che fine ha fatto la Campania Felix? Era felix, dirà qualcuno, ora proprio quelle aree di agricoltura “felice” sono diventate terra dei fuochi. Questo qualcuno non capisce niente o, meglio, se non vive in Campania, è male informato.
“Sono un vegetariano e quando vado al mercato ad acquistare frutta e verdura mi raccomando che non vengano dalla Campania”. Questo è il contenuto dell’ intervento di un ascoltatore di Padova ad un programma di Radio tre (“tutta la città ne parla”) dedicato ai rifiuti nel Napoletano con particolare riguardo alla “terra dei fuochi”.
Questo è il messaggio veicolato da un’informazione basata su comunicazioni errate e ad effetto. Perché la terra dei fuochi esiste; esisteva da tempo e da qualche anno è stata finalmente “scoperta” accorgendosi che in alcune di quelle terre, per diecine di anni, sono stati sotterrati rifiuti tossici di ogni tipo. Ma la Campania non è tutta una terra maledetta. Come ha scritto Antonio Di Gennaro, “la Piana campana si estende per quasi centocinquantamila ettari, mentre i suoli interessati da forme gravi di inquinamento - le ferite inferte dall' importazione criminale di rifiuti - assommano probabilmente a un migliaio di ettari, meno dell' 1 per cento del totale”. È su questa inoppugnabile realtà che dovrebbe più realisticamente soffermarsi la comunicazione ai cittadini consumatori campani come ai vegetariani di fuori regione. Ai quali un supporto di documentate informazioni deve doverosamente essere dato dall’Istituto Superiore di Sanità (che già più volte ha scagionato la catena alimentare, indirizzando l' attenzione verso altri fattori di esposizione quali causa di morbilità e mortalità), dalla Facoltà di Agraria, dalle amministrazioni regionale e comunali. Da tutti quelli, cioè, che hanno le carte in regola e il dovere di svolgere questo compito.
Ricordando, tra l’altro, che la Campania è una regione che protegge con due Parchi nazionali e una rilevante quantità di parchi regionali e oasi, un terzo del suo territorio dove è, doverosamente, protetta quella biodiversità naturale che è alla base di una produzione agricola integra che, non a caso, proprio in queste aree si avvale dei riconoscimenti Doc  (denominazione di origine controllata), Dop (denominazione di origine protetta) Igp (Indicazione geografica protetta).
Per cui anche qui si può e si dovrebbe tornare a dare il peso che merita alla terra e alla sua lavorazione: l’unico settore che, al momento ha riconquistato spazi e importanza, e ha creato nuova occupazione, giovanile e anche femminile.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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