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Editoriali | Marco Musella | 05 Novembre 2018
Lascito solidale
per il bene futuro
Lascito solidale per il bene futuro

L’odierna filantropia è figlia del concetto, di impronta anglosassone, del “give back” alla collettività una parte (almeno) di quanto si ha avuto la fortuna (e il merito) di accumulare in vita. Andrew Carnegie (1835-1919), magnate dell’acciaio che, emigrato negli Stati Uniti dalla nativa Scozia, ha fatto costruire università, musei, biblioteche, teatri (e molto altro ancora) amava dire: “Un terzo dell’esistenza per studiare quanto più si può, un terzo per far soldi quanto più si può, un terzo per spenderli tutti per cause che ne valgano la pena”.

L’Europa ha una storia diversa nella quale, per molte ragioni, il sistema ha fatto poco affidamento su filantropi singoli e molto di più su una filantropia organizzata attraverso istituzioni che hanno poi, solo in parte, ceduto il passo allo Stato, ad un settore pubblico re-distributore di reddito e produttore di servizi di cura.

Il lascito solidale e il movimento che intorno ad esso si va creando rappresenta qui in Italia una sfida culturale importante e impegnativa per due ragioni:

Vuole valorizzare l’idea del give back come ispiratore di istituzioni e comportamenti ispirati al bene comune e ai beni comuni, valorizzare quella volontà - più diffusa di quello che si pensa - di impegnarsi per “cause per cui valga la pena”, a cui si riferiva Carnegie. Si tratta di un qualcosa che la tendenza a scaricare sullo Stato, sulla fiscalità generale l’impegno dei cittadini a favore del bene comune, ha fino a qualche tempo fa mortificato in moda da far sembrare che in Europa non esistesse.

Vuole estendere anche al futuro, al post mortem, quell’orientamento al dono che la idolatrizzazione del mercato e del principio del do ut des hanno cercato in ogni modo di far apparire come residui di un passato ormai tramontato, valori destinati a scomparire man mano che le magnifiche e progressive sorti della legge di domanda e offerta si sarebbero estese ad ogni campo delle relazioni umane. Oggi per fortuna riscopriamo il valore della fraternità, sorella minore della triade della rivoluzione francese. Oggi tutto il terzo settore, per dirla all’italiana, e il mondo delle ONG internazionali, stanno li a ricordarci che oltre lo scambio di equivalenti e l’obbedienza ai comandi del Principe, l’agire umano è mosso dal principio di reciprocità: si è spinti a donare per costruire relazioni e non per ottenere profitti e vantaggi individuali. 

Il lascito solidale è, dunque, davvero una estensione affascinante di questa idea che si può contribuire alla costruzione di relazioni umane positive non solo dedicando in vita una parte di sé al dono (di tempo, di denaro, di conoscenze e abilità, di altre risorse proprie), ma anche facendo in modo che la società di domani possa essere costruita sul dono di chi non ci sarà.

Ma il lascito solidale ha anche una, fatemi dir così, coloritura democratica che mi affascina e mi piace: non solo chi ha costruito o ereditato grandi fortune può partecipare a questa prospettiva alta, ma quasi tutti, tutti coloro che riescono ad avere anche piccole ricchezze e che, unite a quelle di altri, possono rendere possibili iniziative e sogni altrimenti impossibili.

Il testamento solidale non solo raccoglie in sé tutte le caratteristiche fondanti della filantropia moderna ma ne aggiunge una, fondamentale: dà la possibilità di contribuire in maniera significativa al raggiungimento di un “bene comune” anche a chi si trova in una condizione economica, sociale, culturale e professionale non privilegiata come quella di chi detiene grandi patrimoni.


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