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Global | | 05 Dicembre 2018
Volontari, il loro ruolo nel
valorizzazione la cultura
Volontari, il loro ruolo nel valorizzazione la cultura
In occasione della Giornata Mondiale del Volontariato, ecco il primo censimento degli enti del terzo settore e del volontariato per i beni culturali in Toscana. Nel volume Il ruolo dei volontari per la valorizzazione del patrimonio culturale di Francesca Velani e Annalisa Giachi (I Quaderni, Cesvot) una mappatura, promossa da Cesvot – Centro servizi Volontariato Toscana e realizzata da Promo PA Fondazione, che per la prima volta delinea attività, impatto e dimensioni delle organizzazioni non profit toscane attive nella gestione e valorizzazione dei beni culturali. Dall’indagine, che prosegue il lavoro iniziato nel 2011 con la realizzazione della Magna Charta del volontariato per i beni culturali, emerge una fotografia molto interessante per quantità e qualità di dati. Innanzitutto è stato quantificato il numero degli enti del terzo settore toscani che si occupano di beni culturali: 1.743 organizzazioni tra associazioni di promozione sociale (54%), volontariato (33%) e altri enti (13%). Il dato è stato ricavato incrociando 11 diversi database (dai registri dei vari enti non profit ai beneficiari del 5 per mille, dai destinatari di finanzia menti regionali all’elenco delle associazioni diocesane e delle Pro Loco) per un totale di 9.495 enti. Firenze, Pisa e Lucca le province con il numero più alto di enti. Chi sono gli enti del terzo settore che operano per valorizzare il nostro patrimonio culturale? Attraverso un questionario online che ha coinvolto 559 enti e un’intervista telefonica a 303 enti, ecco il profilo che emerge: il 30% degli enti è nato tra il 2000 e il 2009, la metà è attiva all’interno del comune o della provincia, il 66,9% svolge sia attività di gestione che di valorizzazione di beni culturali, in particolare il 61,6% gestisce teatri, cinema, ville e palazzi, il 20,2% gestisce musei, monumenti e siti archeologici, il 16,2% biblioteche e archivi. Per quanto riguarda la valorizzazione, le attività più diffuse sono l’organizzazione di eventi culturali (44,4%) e la formazione (35,4%), seguono organizzazione di mostre, promozione di storia e tradizioni locali, visite guidate.
 E i volontari? Il 35,7% delle organizzazioni conta tra 1 e 24 volontari, tuttavia è interessante notare che ben il 7,3% dichiara di avere oltre 100 volontari non associati, i cosiddetti “volontari per un giorno” che, come confermano anche i dati Istat, sono in crescita in tutto il terzo settore. Il 31% dei volontari presta tra un’ora e nove ore di volontariato alla settimana. Quasi il 50% degli enti offre attività di formazione e tutoraggio per i nuovi volontari, a dimostrazione che svolgere attività di volontariato all’interno delle organizzazioni di terzo settore offre anche un’importante occasione di apprendimento e acquisizione di competenze.

Gran parte degli enti non profit si occupano di gestire e valorizzare beni culturali grazie a convenzioni (50%) o partecipando a bandi e gare pubbliche, tuttavia dal campione esaminato emerge che nel 75,8% dei casi le entrate di questi enti provengono dall’autofinanziamento. E quello dei rapporti con le istituzioni culturali, in particolare pubbliche, rimane l’aspetto più critico. Come sottolineano le autrici, non è semplice tenere un equilibrio tra la professionalizazione che richiede questo tipo di attività e la tutela dell’identità del non profit.

“Pensare che il mondo non profit possa e debba svolgere, nel settore culturale come in altri settori, compiti tecnici speci­fici, affidandosi esclusivamente alla buona volontà, alla passio­ne e all’impegno dei volontari e di singoli gruppi di cittadini – scrivono Francesca Velani e Annalisa Giachi - si conferma essere un’illusione nel lungo periodo, laddove invece appare auspicabile, in una logica di vera sussidiarietà orizzon­tale, supportare le organizzazioni ad andare verso un’acquisi­zione di competenze che sia coerente con l’identità e il ruolo del non profit”.

Un primo passo per valorizzare il ruolo dei volontari in una logica di sussidiarietà orizzontale potrebbe essere quella, suggeriscono le autrici, di adottare la Magna Charta del volontariato per i beni culturali, uno strumento operativo per la messa a sistema dell’attività di volontariato che nasce da un progetto promosso da Promo PA Fondazione, Cesvot, Regione Toscana e Direzione Regionale per i Beni Culturali della Toscana.

Adottare le linee guida e la convenzione tipo contenute nella Magna Charta porterebbe ad un maggior riconoscimento del volontariato e verso metodologie di lavoro più strutturate, simili a quelle che troviamo ad esempio in Francia e Gran Bretagna. “La realtà italiana del non profit sotto questo aspetto – continuano Velani e Giachi - appare in ritardo rispetto ad altri Paesi europei dove è diffusa la pre­senza, all’interno dei musei, degli archivi e delle diverse isti­tuzioni culturali, di un referente/tutor responsabile dei rap­porti con i volontari, che – concludono - possa consentire il loro inserimento all’interno della struttura e che sia un punto di riferimento per l’organizzazione del lavoro e l’attribuzione delle responsabilità”.
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